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Recensione

I terribili gemelli Kray, criminali che dominarono l’East End londinese negli anni ’60, furono già al centro di un curioso biopic del 1990 firmato da Peter Medak e recitato da Gary e Martin Kemp degli Spandau Ballet.

Sulle loro discutibili tracce ritorna, ispirandosi al libro The Profession of Violence, pubblicato da John Pearson nel 1972, l’abile sceneggiatore e un po’ meno entusiasmante regista Brian Helgeland (della sua attività dietro la macchina da presa finora val la pena di citare solo Payback – La rivincita di Porter), affidando i ruoli dell’incontrollabile Ronnie e del pragmatico Reggie al medesimo attore, Tom Hardy, le cui spalle larghe sono ormai una certezza.

La sua strabiliante doppia prova che si avvicina pericolosamente, senza mai arrivarci, alla caricatura – da un lato un rozzo gangster irrazionale e dichiaratamene gay, dall’altra un ambizioso arrampicatore disonesto, determinato a sposare la graziosa e paziente Frances (Emily Browning) – è il vero motivo per andare a vedere il film.

Che, d’altronde, non riesce impressionare più di tanto: tra nemici ottusi, alleati d’oltreoceano, traffici, sgarbi, tradimenti, ritorsioni, colpi di testa, indagini, il repertorio è noto, anche perché l’uscita dell’assonante Black Mass (incentrato sul furfante americano d’origine irlandese Whitey Bulger) è abbastanza recente.

Tuttavia, l’eventuale godibilità della visione, soprattutto se si è in vena, non è affatto preclusa.

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Max Marmotta