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Recensione

Vicenda (sur)reale quella di Barry Seal, già incarnato da Dennis Hopper in un tv movie del 1991, Un gioco pericoloso, e da Michael Paré nel recente inedito The Infiltrator.

Pilota della TWA, Seal fu reclutato nel 1978 dalla CIA, che aveva già notato la sua abilità e le sue inclinazioni ai piccoli traffici.

Da fotografo aereo dei ribelli sandinisti in Nicaragua e corriere personale dell’allora colonnello Noriega a Panama a trasportatore di armi e di pigri contras il passo si rivelò breve, ma fu con i carichi di droga per i cartelli colombiani di Ochoa ed Escobar che si consolidò la sua ingestibile ricchezza.

E dato che iniziò a collaborare con la DEA e perfino con la Casa Bianca, crebbe anche il rischio di venire ammazzato.

Proseguendo in una fase “cialtronesca”, Tom Cruise, già con il regista Liman nel fantascientifico Edge of Tomorrow – Senza domani, rende abbastanza simpatico un personaggio criminale e opportunista, ma lo scopo del film è appunto quello di individuare gli aspetti grotteschi degli eventi, svoltisi tra le presidenze di Carter e Reagan (ma sono chiamati in causa pure i futuri eletti Bush Sr.

e Clinton). Se c’è un difetto nell’acuta sceneggiatura di Gary Spinelli è proprio quello di costruire il plot unicamente sul protagonista (la spia Domhnall Gleeson, figlio di Brendan, e la moglie Sarah Wright stanno sullo sfondo); tuttavia la morale permane sottile, non urlata, coerentemente sul filo del paradosso.

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Max Marmotta